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Lettera a quel BioFonte di mio padre

Fonte – Veronica Massi Ottobre 2018

Sono seduta a tavola con la mia famiglia. Nel silenzio del masticare, accompagnato dal tintinnio delle posate che sfregano sui piatti, mio padre esorta con un “abbiamo brevettato un dispositivo per l’acqua”.

Lo guardiamo. Ci guardiamo tra di noi. Che sta dicendo?

Mio padre inizia a spiegare di cosa si tratta. Non è una persona che risparmia dettagli quando parla di un argomento in generale, e noi di casa lo sappiamo bene. Anche i nostri amici lo sanno bene, eheh. Anche i suoi.

Usa argomenti generalmente poco conosciuti, ci tira in mezzo l’omeopatia, la fisica quantica e concetti come “energia vibrazionale”. Ba’, ma che stai a di’. Mio padre non è chimico, non è ingegnere, non è medico. Però è la persona più curiosa e testarda che io conosca.

Inizio a ridere. Io sono una studentessa di Ingegneria Edile, ormai quasi laureata alla specialistica. All’università mi hanno insegnato che ogni cosa deve essere dimostrata… purtroppo è un concetto che ho preso alla lettera ed applicato ad ogni aspetto della mia vita. Non mi faccio chiamare ingegnere fino al giorno in cui ottengo l’abilitazione alla professione, figuriamoci se mi bevo un discorso fondato su concetti discutibili. Il discorso di mio padre non mi quadra, nonostante la sua passione riguardo questo nuovo dispositivo sia tanta da trapelare in ogni parola usata per descriverlo. Mi sento maledettamente stronza ma devo dirlo a mio padre: “Pa’, io non ti credo”.

Passano mesi. Quel dispositivo ha ora un nome. Si chiama Biofonte. Nel corso del tempo scopriamo che questo progetto ha avuto inizio sei anni prima. Poi dicono che le donne si accorgono di tutto. Macché.

Sei anni non sono affatto uno scherzo. Nessuno lavora per sei anni ad un progetto senza crederci davvero. Mio padre ci crede davvero. Eccome se ci crede.

Mio padre e Masaru Emoto ad una conferenza sull’acqua

Biofonte è a casa nostra. Se ne sta sul rubinetto, in silenzio. Brilla. Mia nonna si avvicina ai novanta e sostiene che da quando c’è “quell’aggeggio” si sente meglio. In effetti non ha più problemi di calcoli renali.

Io sono ancora scettica. Ogni volta che mio padre tira in ballo un discorso su Biofonte finiamo discutendo. E non esagero. Se potessi interpellare Biofonte gli direi “Ma che gli hai fatto a mio padre?”.

Passano altri mesi. Biofonte è in vendita. Alcuni medici iniziano ad avere interesse. Questo dispositivo ha degli effetti unici ma è difficile spiegarne il perché. In diversi laboratori di analisi chimiche si effettuano delle prove: i risultati sono importanti e per la prima volta inizio ad incuriosirmi anch’io. Finalmente ci sono dei numeri. E non sono quelli dell’Enalotto. I casi di persone che riscontrano benefici utilizzando Biofonte aumentano, ed alcuni sono drammaticamente toccanti. Ma io sono sempre ingegnere. Non me la bevo, anche se si tratta di acqua.

Passano altri anni. Vivo in Spagna già da un po’. Mi sono rimessa a studiare. Per il mio progetto finale d’amministrazione d’impresa propongo un lavoro riguardante Biofonte. Voglio metterlo alla prova.

Siamo quattro componenti. Lavoriamo ad un Business Plan, ed a fine corso lo illustriamo dinanzi ad una giuria. So bene che per lasciare un segno abbiamo bisogno di una prova concreta. In questo caso una prova molto aspra. Compro dei limoni e riempio una bottiglia con acqua Biofonte ed una con acqua normale per realizzare la prova del limone. Non mi dilungherò nella spiegazione, basta sapere che il succo di limone cambia sapore se il recipiente che lo contiene viene a contatto con acqua Biofonte.

Durante la dimostrazione la gente ride – mi sento abbastanza in imbarazzo a tagliare e spremere dei limoni davanti a tutti in una scuola di Business – ma noi

siamo carichi di aspettative e realizziamo la prova con i membri della giuria.

Li osservo. Ad uno di loro scappa un “joder” (ovvero “cazzo”… scusate il francesismo, in questo caso spagnolesismo) e mi guarda incredulo. La prova riesce. Uno di loro è molto scettico, mi dice che forse il colore del bicchiere influisce sul sapore del limone. Si, vabbè.

Lo scetticismo ci fa vedere ogni cosa con occhio super critico, e d’altronde io sono come lui. La presentazione termina con un prospetto ipotetico di vendita di Biofonte. Uno dei membri si arrabbia. Mi dice “mentre ne parlavi stavo pensando a come poterlo agganciare al rubinetto di casa mia, e tu termini la presentazione con un’ipotesi di vendita incredibilmente bassa?!”. Aveva ragione. Ancora una volta, ero l’ingegnere di sempre. Volare alto mi sembrava imprudente.

Passano altri anni. Scrivo da Tokyo. Biofonte è sul rubinetto della mia casa giapponese, come lo era stato anche su quello della mia casa spagnola. È sempre lo stesso, non ha fatto una piega, anche perché non è flessibile. Io sono meno ingegnere rispetto a prima. Ho cancellato la mia iscrizione all’albo e preferisco scrivere per far arrivare i miei pensieri: mi riesce molto meglio dei calcoli – non quelli renali di mia nonna, eh.

Oggi, alla tenera età di venticinque anni – o almeno sono quelli che mi sento – chiedo scusa a mio padre per lo scetticismo di tanti anni fa.

Stanotte ho fatto un sogno in cui Biofonte mi parlava. Mi diceva “Sei stata molto ignorante con me, ma so che in fondo mi vuoi bene. D’altro canto sono cinque anni che siamo insieme. Grazie per trasportarmi in giro per il mondo”. Ed ha anche aggiunto “San Tommaso mi ha provato e ha detto che mi crede”. – Capito?

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